M3 – Disegnare il sapere

Quando il corpo ha già capito e la mano deve ancora raccontarlo

Alla fine di quasi tutti i miei laboratori faccio una richiesta molto semplice.

Non chiedo:

«Avete capito?»

Non chiedo:

«Chi sa spiegare la regola?»

Non chiedo neppure:

«Chi si ricorda la sequenza?»

Chiedo un’altra cosa.

Molto più difficile.

Molto più interessante.

«Come raccontereste con un disegno quello che abbiamo appena imparato?»

E lì succede qualcosa di meraviglioso.


Prima giochiamo. Poi rappresentiamo.

Per un’ora abbiamo lavorato senza matita.

Abbiamo usato:

  • il corpo,

  • il ritmo,

  • le mani,

  • le palline,

  • gli errori,

  • le osservazioni.

Abbiamo costruito un piccolo linguaggio.

Lo zero è diventato una mano senza pallina.

L’uno è diventato un passaggio rapido.

Altri numeri hanno iniziato a rappresentare altri gesti.

Abbiamo scoperto regole.

Vincoli.

Pattern.

Ma tutto questo è accaduto nel corpo.

Non sul quaderno.

Non sulla lavagna.

Non in un libro.

Nel corpo.


E adesso?

Adesso arriva la parte difficile.

Perché il sapere che si è costruito nelle mani deve uscire dalle mani.

Deve diventare visibile.

Deve essere raccontato.

Deve essere condiviso.

E qui compare il foglio bianco.


Come disegneresti uno zero?

La domanda sembra banale.

Ma non lo è.

Come si disegna una mano vuota?

Come si disegna un gesto?

Come si disegna un’attesa?

Come si disegna un ritmo?

Come si disegna una regola?

Quando pongo queste domande ai bambini, alle ragazze, ai ragazzi o agli insegnanti, nessuno riceve istruzioni precise.

Non esiste un modello da copiare.

Non esiste un disegno corretto.

Esiste una sfida:

trasformare un’esperienza in una rappresentazione.


Ed è qui che nasce la matematica

Molto spesso immaginiamo la matematica come un insieme di simboli.

Numeri.

Segni.

Formule.

Ma quei simboli non sono la matematica.

Sono la sua rappresentazione.

Prima viene sempre qualcos’altro.

Prima viene l’esperienza.

Prima viene il fenomeno.

Prima viene il problema.

Prima viene il gioco.

I simboli arrivano dopo.

Per questo motivo considero questi disegni uno dei momenti più matematici dell’intero laboratorio.

Perché costringono il cervello a fare un’operazione complessa:

trasformare un’azione in un simbolo.


Quello che vedo nei quaderni

Ogni volta ricevo decine di soluzioni diverse.

Qualcuno disegna mani.

Qualcuno disegna frecce.

Qualcuno usa linee.

Qualcuno usa colori.

Qualcuno costruisce vere e proprie mappe.

Qualcuno inventa simboli completamente nuovi.

E quasi sempre funzionano.

Perché il loro obiettivo non è essere belli.

È essere coerenti.

È raccontare qualcosa che è stato vissuto.


Dal corpo al segno

Quando una bambina disegna una sequenza Siteswap, non sta semplicemente copiando un’informazione.

Sta facendo qualcosa di molto più sofisticato.

Sta collegando:

  • percezione,

  • movimento,

  • memoria,

  • immaginazione,

  • rappresentazione grafica.

Sta traducendo un sapere.

E ogni traduzione costringe a riorganizzarlo.

Per questo il disegno non è una verifica.

È una fase dell’apprendimento.


Brousseau la chiamava istituzionalizzazione

Molti anni dopo aver iniziato a lavorare in questo modo ho incontrato Guy Brousseau e la sua Teoria delle Situazioni Didattiche.

Lì ho trovato una parola che descriveva perfettamente ciò che osservavo.

Istituzionalizzazione.

Dopo una fase di esplorazione e costruzione personale del sapere, quel sapere deve diventare condivisibile.

Deve uscire dalla relazione privata tra il soggetto e il problema.

Deve poter essere raccontato ad altri.

Discusso.

Confrontato.

Conservato.

Il quaderno, in questo senso, non arriva all’inizio.

Arriva alla fine.

Quando il sapere è già nato.


Cosa ci dicono le neuroscienze?

Le neuroscienze cognitive ci offrono una lettura interessante di questo passaggio.

Sappiamo oggi che l’apprendimento è favorito quando un concetto viene rappresentato attraverso modalità differenti.

Non soltanto linguistiche.

Ma anche:

  • motorie,

  • visive,

  • spaziali,

  • simboliche.

Quando una persona:

  • agisce,

  • osserva,

  • verbalizza,

  • disegna,

sta costruendo molteplici accessi allo stesso concetto.

E questo rende il sapere più stabile e più facilmente recuperabile nel tempo.

In altre parole:

ogni nuova rappresentazione rafforza la comprensione.


La sorpresa più bella

La parte più bella arriva sempre alla fine.

Quando osservo tutti i fogli insieme.

Nessuno è identico a un altro.

Alcuni sono molto semplici.

Altri incredibilmente elaborati.

Alcuni sembrano schemi tecnici.

Altri assomigliano a opere d’arte.

Eppure raccontano tutti la stessa esperienza.

La stessa pallina.

Lo stesso gioco.

Lo stesso codice.


Prima giochiamo. Poi rappresentiamo.

Questa è probabilmente una delle idee più importanti che il lavoro con la giocoleria mi ha insegnato.

Molto spesso la scuola inizia dai simboli.

Noi proviamo a fare il contrario.

Prima giochiamo.

Poi osserviamo.

Poi cerchiamo le regole.

Poi costruiamo il codice.

E solo alla fine lo disegniamo.

Perché la rappresentazione non è il punto di partenza.

È il momento in cui il sapere diventa abbastanza solido da poter essere raccontato.


Nel prossimo articolo cambieremo ancora una volta le condizioni iniziali.

Aggiungeremo una seconda pallina.

E scopriremo una delle idee più profonde della matematica:

quando cambia il sistema, cambiano anche le possibilità.


🎪 CircoScienze Matematiche – M3
La matematica non nasce quando scriviamo un simbolo. Nasce quando proviamo a rappresentare qualcosa che il corpo ha già capito.

Pietro Olla
CircoScienze